Danzare col pallone

Difendere il calcio, di questi tempi? Mi sto assumendo un rischio: per molti ormai è uno sport guasto, inghiottito dallo show-biz e dagli affari, volendo condensare (semplificando) le critiche. Ovviamente molte cose del calcio 4.0 non stanno bene neanche a me: un culto esagerato per l’immagine instillato da ego e Social ipertrofici, eccessiva mediatizzazione, regole caotiche, troppi interessi e soldi, tanto per dirne qualcuna. Quindi, tutto da buttare? Io dico di no e adesso vi spiego perché mi ostino a salvare quel poco (ma preziosissimo) di buono che c’è ancora nel calcio, anche in quello dei “campioni”.

Come scriveva Albert Camus (Quel che poco che so della morale l’ho imparato sul campo di calcio) resto convinto che praticare uno sport di squadra sia fondamentale. E bellissimo. Bazzicando come lui campetti e squadrette fin da piccolo, ho appreso tantissimo dalle mille vittorie e sconfitte patite negli anni. Azzardo una short-list: impari a vincere e a perdere; metti alla prova il tuo ego e le tue abilità in un collettivo; ti misuri col lato “sporco” della vita (qui so già che molti non saranno d’accordo), perché certamente anche il calcio è in parte sporco (come tutti gli altri sport, però); impari il rispetto e l’amicizia: il rispetto per gli avversari e l’amicizia, fortissima, per i tuoi compagni di squadra. Impari un’estetica, quella della “giocata” e del gioco di squadra: vedere una bella giocata e una squadra che gioca un bel calcio, è un’emozione estetica primaria, quasi (o anche di più) di un film, di una pièce, di un libro.

Ma solo chi ha giocato a uno sport di squadra sa che rincontrare un vecchio compagno è una delle gioie più grandi della vita: perché rappresenta un pezzo importante della tua storia e perché insieme a lui hai combattuto delle “battaglie” imparando a crescere (e questa è la sintesi della short-list). Ma non mi voglio tirare indietro e, come scrivevo sopra, spenderò due parole per il famigerato calcio dei campioni: tatuaggi, chiome e vezzi da star non cancellano il “peso” specifico dello spogliatoio e del gioco. Anche per i campioni valgono le stesse regole: non importa se sei un tamarro o un “abatino”, bianco o nero; in spogliatoio può stare solo chi sa essere “vero”, chi si mette in gioco e sa coltivare reale empatia con i compagni.

Ci ho pensato parecchio ma questo è il motivo per cui non ritengo sbagliato tramandare ai miei figli l’amore per il calcio giocato e anche il tifo per una squadra: perché la rivalità e l’appartenenza possono essere dei valori positivi, se vissuti senza estremismi. Quando ripenso a come piroettava Marco Van Basten o a come giocava uno dei miei migliori compagni di squadra, il ricordo mi si accende sempre con la stessa identica emozione e una mezza lacrimuccia: il calcio, come insegnano tante pagine di grande letteratura, per me resta una questione poetica e affettiva. Amare un campione – il “tuo” campione – e amare i tuoi compagni di squadra sono facce della stessa medaglia: in una sfera interiore noi restiamo sempre dei bambini che scoprono e riscoprono nell’amore per una squadra, o per un compagno, l’amore per l’Altro. E per sé stessi.

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